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vitigni autoctoni e vino di qualità made in Italy, riscaldamento globale, Caviro, GDO, slow food, Costellation, Symbola, Mediobanca

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Come passa il tempo! Siamo già a Natale... ma c'è ache di peggio.

Er vino de Noantri

 


L'origine della vite europea ha sempre destato un alto e particolare interesse in chi esercita la professione di storico, al punto che nessuno è mai stato in grado di individuarne la data della comparsa o più esattamente quando la vitis vinifera sia diventata europea.

Un millennio prima dello “zero”, diventa mediterranea, quando pare prendere forza il traffico marittimo di anfore di vino, sempre più frequenti tra le merci stivate nelle barche commerciali attraverso le rotte del Mare Nostrum.

E da qui in poi si può parlare anche di vite europea... l'espansione della coltura fino a zone (addirittura atlantiche) meno favorevoli si realizza attraverso la possibilità di sviluppare tecniche adatte di vinificazione nelle diverse latitudini, mentre l'uva da tavola continua ad essere coltivata principalmente non-troppo-lontano dai luoghi di origine perché la qualità finale del prodotto dipende non da una trasformazione dei grappoli ma da una corretta pratica colturale che rispetti le peculiarità della specie, notoriamente eliofila.

Le conoscenze storiche dei tempi antichi degli attuali esperti si basano su 5 opere fondamentali di Catone, Varrone, Columella, Plinio e Palladio.

Forse (senz'altro) la migliore è quella di Columella: un impressionante trattato di agricoltura che mette tanti puntini sulle “i”.

Ma è sempre troppo poco... per non fare apparire l'enologia e il gusto del vino nel corso della storia poco razionali e ancor meno nel tanto decantato impulso che i Romani seppero dare all'espansione della vite in Europa.

Che i Romani non sapessero fare il vino è fuor di dubbio e anche che siano stati degli ottimi maestri insegnando a fare il vino agli abitanti delle regioni conquistate, fino a tal punto che dalle vallate del Reno, Mosella, Senna, Rodano fino alla Loira riuscirono tutti a farlo meglio di come gli era stato insegnato.

Le vin du Vatican

 


Solo saltuariamente viene dato risalto al fatto che mentre il potere dell'impero romano andava piano piano a farsi benedire la Chiesa, altra mignatta di civiltà precedenti, riusciva ad espandere il proprio potere a dismisura, continuando a farlo dal crollo dell'impero romano ad oggi in parallelo o spudoratamente insieme alle nuove dinastie dominatrici insediatesi.

Mentre (grazie ai Romani) la vite continua ad espandersi nel mediterraneo nelle zone più favorevoli, nei territori dove è stata introdotta (ma da sempre giudicati poco adatti se non impossibili per la coltura della vite, dove ricavarne una bevanda serbevole non può essere un dono spontaneo della natura ma un espediente d'arte, scienza e cultura, oltre che coltura ed arte del mestiere) fa la sua comparsa... ma solo dopo qualche secolo il vino, ma con caratteristiche che tutt'oggi sono richieste dalla bevanda.

Se la vite è “figlia di lidi solatii”, il vino diventa “una creatura di terre dove la vite è giunta straniera”, dove ricavarne una bevanda serbevole non è un dono spontaneo della natura ma un espediente dell'arte per le peculiarità che si pretendono da questa bevanda nonostante Columella avesse parlato di vini da fermentazione del mosto senza manipolazioni, ritenendoli di ottima qualità se in grado di invecchiare senza “condimento” a sostanze che ne alterino il sapore naturale.

I monaci cristiani trapiantando la vite in ambienti “inospitali”, con una maestria non richiesta nei territori “naturali” della vite, riescono a trasformare in vino uve con caratteristiche organolettiche scadenti.

Un monaco molto particolare inventa lo champagne.

E il simbolo forse più rappresentativo della tradizione del vino è la croce (non la lupa).

ORGANICOinfo2007

 

   

  • Dalla padella alla brace
    

Dalla caduta di Roma fino al medioevo il vino non è più conservato in vasi vinari di argilla (impermeabilizzati con la cera e sigillati col gesso e la pece) ma in primordiali vasi di legno che non permettono ai vini più deboli di durare più di sei mesi e “privilegiano” il consumo di vini giovani.

Ma l'uso dei vasi di terra non è mai scomparso completamente nei paesi mediterranei.

Verso il '500 si dice che in Spagna si tracanni un vino assai più gustoso, brillante e tra gli storici c'è chi rivela più elementi di un'enologia più avanzata oltre all'uso ancora generalizzato di vasi d'argilla per la lunga conservazione.

l contrasto tra buone pratiche enoiche antiche spagnole, le antiche pratiche imperiali biologiche di Columella e le nuove pratiche francesi è forte.

Comunque è in Spagna che si ricorre a pratiche di manipolazione alimentare per correggere chimicamente i vini difettosi, aggiungendo al vino uve appassite o mosti cotti per migliorare la serbevolezza e aumentare il grado alcolico o correggendo l'acidità col gesso o la cenere dei sarmenti. Già qualche secolo prima, quando i legionari cristiano-romani riuscirono a sottomettere i territori della penisola iberica, rimasero sbigottiti di fronte allo stato di avanzamento raggiunto dall'agricoltura praticata da “infedeli”, che poi invece erano anche troppo religiosi, tant'è vero che addirittura non potevano assolutamente toccare il vino e ci riuscivano, secondo i precetti impartiti loro da Maometto e tuttavia riuscirono ad espandere nella Spagna centro-meridionale la coltura della vite ricorrendo ad operazioni tecniche colturali mai viste prima di allora, mentre al di fuori dei loro domini andava tutto in malora, soprattutto la vite.
Senz'altro gli ecclesiastici seppero apprezzare tutto questo ben di Dio meglio dei legionari, tanto per tenersi aggiornati.

© www.apellaniz.org
        
  • Globalizzazione della tradizione

    


È assolutamente improprio strombazzare la qualità dei vini italiani del '500 e non solo perché l'Italia non esisteva ancora.
Comunque, al nord, per migliorare le caratteristiche di vini troppo grossolani, aspri e molto colorati si cominciò a vinificare secondo il modello francese adattando opportune tecnologie a nuove pratiche di cantina senza lunghi tempi di fermentazione, esagerate cessioni coloranti e tanniche dalle lische (raspi, bucce e vinaccioli) ed incombenti trasformazioni d'alcol in acido acetico.
Riducendo la durata delle fermentazioni, dalla Savoia al Monferrato, fino alla Lombardia, si iniziano a fare vini più longevi e forse (senz'altro) è dovuto alla dominazione francese se nei territori lombardo-veneti si è sviluppata e continuerà una tradizione di vini chiaretti o rosè tuttora molto valida, perché le pratiche enologiche d'avanguardia di allora che permettevano ai clarets di spopolare in Francia saranno senz'altro state introdotte nel territorio.
Pur adottandone i sistemi, in certe località piemontesi e soprattutto venete, in seguito si sviluppa una forte contrapposizione tra tradizione locale e transalpina, continuando però anche in epoca moderna ad accettare favorevolmente o incondizionatamente usanze, metodi e gusti in voga oltr'alpe.
Ad esempio può essere considerato emblematico il “caso” di avere prosecco, cabernet franc e durella (sin. canina) da una parte ed cremant du Val de Loire da un'altra parte (oltre a cabernet franc, chenin blanc), appartenenti a due tradizioni piuttosto isomorfe, ma tenute ben distinte e troppo distanti fra di loro seppure con ingredienti molto simili – talora con campanilismi esagerati.


ORGANICoiNFO2007

 
  • Dalla pastorizzazione alla metropolitana


Due-tre secoli più tardi con l'adozione di meccanismi chimici di fenomeni in sinergia ad aspetti biologici contingenti naturali si chiude con il vecchio stabilendo valide basi scientifiche per un'enologia moderna... derivate, tanto per cambiare, da conquiste di scienziati francesi: Antoine Laurent de Lavoisier, fondatore della chimica quantitativa e Louis Pasteur, fondatore della microbiologia.
Fortunatamente lo stechiometrico Lavoisier riuscì a comporre la formula della trasformazione del glucosio in alcol e anidride carbonica prima di finire sulla ghigliottina.
E fortunatamente, dal più eminente al più zotico viticoltore, fu possibile poi trarre le conseguenti applicazioni della scoperta per condurre una attività con un'accortezza assai maggiore e radicalmente innovativa - solo dopo un certo lasso di tempo necessario alla “solita” disquisizione para-scientifica con l'uscita di tutti quei testi che potessero integrare le cognizioni chimiche, ferme alla dottrina dei 4 elementi di Aristotele, con troppi concetti malcompresi di naturalisti, seppur d'avanguardia - quando, finalmente, confuse conoscenze naturalistiche furono sostituite con più aggiornate cognizioni chimiche, fisiche e botaniche.
Nuove regole dettarono il controllo della fermentazione con metodologie enologiche diverse per far rimanere meno tempo nel tino i mosti con poco zucchero (vini leggeri come i primeur beaujolais sopportavano il tino oltre 6-12 ore) o per trattenere gas acido, produrre vini spumanti (con pigiatura e riempimento delle botti dopo 24 ore di tino o senza lasciarvelo affatto), vini poco colorati, più finemente profumati, vini bianchi, temperature più calde e quantità più voluminose - oppure consentire una fermentazione tanto più lunga a mosti con un maggior principio di zuccheri e più densi o per fare vini più colorati, distillazioni ed in caso di vendemmie con temperature più basse.
L'enologia moderna non poteva altro che nascere dove si erano consolidate le pratiche di cantina più funzionali molto ben integrate alla tradizione, in regioni viticole dove la vite è sempre stata sinonimo di diffusa e solida ricchezza (nei periodi non critici...).
Oltre a Lavoisier e al monaco inventore dello champagne è doveroso, si fa per dire, ricordare il forte contributo dato da Antoine Chaptal a sostegno della pratica d'arricchimento dei mosti con saccarosio (chaptalisation) per accrescere la durata dei vini deboli e soprattutto dallo scienziato fisico-chimico Pasteur autore di grandi scoperte.
Le sue conoscenze su anomalie della fermentazione birra, fermentazione del vino e dell'aceto, alterazioni di origine fungina o batterica del vino, zotecnia ecc. gli hanno permesso di indagare sui gravi problemi agricoli, agroindustriali e veterinari del suo tempo con risultati che lo portano a primeggiare tra i fondatori della moderna industria di trasformazione delle derrate, dei moderni allevamenti animali e a Milano verrà dato il suo nome ad una stazione della metropolitana.

 
  • E la tradizione Italiana?

 


I vini degli antichi Romani, lo dice già il nome, sono fuori moda da troppo tempo, la qualità dei vini italiani del '500 per carità!... e gli splendori del vino Made in Italy arriveranno dopo la proclamazione dell'Unità d'Italia nel 1861, ma dopo un lungo periodo che ha visto interpreti tutti i massimi esperti e responsabili del settore alle prese con un faticoso ed estenuante impegno politico-economico-enoviticolo secolare che, nemmeno a farlo apposta, dopo un secolo dall'Unità sono riusciti finalmente a darci una legislazione viticola di un certo rispetto, con giusti attributi non solo DOC e DOCG, tanto che, dal di fuori, hanno consentito ad un vino di stampo bordolese di diventare famoso nel mondo al pari di altre celebrità italiane come il centrattacco della nazionale Rossi, il sarto Valentino e il motociclista Valentino Rossi, sette volte campione del mondo.
Purtroppo in Italia si è sempre esagerato in modo prolisso e sconclusionato di qualificare “l'alta qualità” della viticoltura tradizionale o moderna italiana come se fosse un mito, anche se non lo è.
E sarebbe comunque in buona compagnia perché l'espressione “mito” e pure altri lemmi – da rivolgere a qualcosa di eccezionale in termini positivi - oggi vengono ormai usati per vezzeggiare un po' tutti, dal più banale presentatore tv, anchor man o woman, allo studente che supera un esame e pure allo studente che viene buttato fuori per la quinta volta.
A chi riesce poi ad emergere alla grande, magari in un settore eno-viticolo in difficoltà che a definirlo in crisi gli si farebbe un gran piacere, vincendo premi e riconoscimenti a destra, sinistra, in Italia e all'estero, riuscendo (con pochi altri enologi) a dare il prestigio a prodotti che la tanto decantata tradizione viticola italiana non è mai stata in grado di dare, può capitare invece di essere “maltrattato” e nonostante che gli venga riconosciuto che il successo non può non essere farina del suo sacco, a meno di certe compiacenze che pure non vengono mai ben definite... nel migliore dei casi viene additato addirittura da una grande parte di addetti ai lavori come un tricheco antipatico quando il suo torto può essere solo quello di avere i baffi, non essere una mezza sega, essere brillante, piacere alle donne e di farsi i fatti suoi e dei produttori che gli affidano vigneti e cantine, anche solo per riuscire a farsi un nome e, perchè no, vincere un premio.
'unica tradizione viticola ed enotecnica italiana di prestigio può essere solo quella che da diversi anni ormai deve molto proprio a questo individuo (o a pochi altri) e a chi non piacciono i suoi vini non ha che l'imbarazzo della scelta, magari con una particolare attenzione verso certe tipicità di prodotti che derivano da viziati meramente autoctoni.



Domani è un altro giorno... o quello che resta di oggi

                                          Rodrigo Spadafora

L'ITALIETTA

Roma 26 luglio 2007
L'associazione Codici (centro per i diritti del cittadino) suppone un vero e proprio attacco all’economia italiana agroalimentare da parte della politica UE con alcuni provvedimenti negativi sulla trasparenza dell’etichettatura e sicurezza dei prodotti che rischiano di danneggiare drasticamente il mercato.
L'Associazione non puo’ restare inerte di fronte a tale minaccia e si chiede al commissario europeo per la tutela dei consumatori un intervento concreto sulla politica agroalimentare dell’UE.
Tutto questo perché l'uso di trucioli per invecchiare il vino danneggia i produttori impegnati nel mantenimento di tecniche tradizionali (maturazione dei vini in botti di legno) oltre che ingannare i consumatori.
Ma c'è di più: il ritiro dell’obbligo di etichettatura del pollame che viola le norme comunitarie e la depenalizzazione del reato di frode alimentare che per l’Italia sarebbe un autentico provvedimento paradossale, contro il quale l'assciazione si opporrà “su ogni fronte possibile”.
Per la segreteria nazionale del Codici “... tali provvedimenti manifestano la volontà di portare avanti un'autentica politica che contrasta con l’economia italiana.
Un’inversione di tendenza a quel percorso innovativo cominciato nel tempo e portato avanti con tanta dedizione dalle imprese agroalimentari”.
Secondo la Coldiretti il risultato di tale controtendenza è l’aumento del deficit commerciale nell’agroalimentare (- 5,1%).
Nel primo trimestre, difatti, sono aumentate del 150% le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina, del 30% gli arrivi di olio di oliva da mischiare con quello nazionale, del 10,4% quelli di frutta destinata ad essere spacciata come Made in Italy, senz'altro per fare un dispetto alla fondazione Symbola.
Nel rapporto presentato dalla fondazione Symbola si evidenzia che il Made in Italy rappresenta circa il 15% del PIL che con il 46,1% del PIQ (prodotto interno qualità) l’agricoltura nostrana conquista il posto d’onore nonché la leadership europea nel biologico: un terzo delle imprese biologiche europee sono italiane, come un quarto della superficie bio dell’UE (1.067.101,66 ettari con 49.859 imprese agricole)
[fonte: AGI]
barroccio

Symbola


Fondazione per le qualita’ italiane - tenuta a battesimo il 20 aprile 2005 dal presidente  Ermete Realacci (parlamentare e presidente onorario di Legambiente), dal presidente del Forum dei soci Alessandro Profumo (amministratore delegato di Unicredito) e dal presidente del comitato scientifico Domenico De Masi (ordinario di Sociologia del Lavoro alla Sapienza di Roma) - costituita per mettere insieme esperienze diverse accomunate dalla scommessa sulla qualità, riunendo chi ha costruito il proprio successo puntando sull’eccellenza.

Symbola vuole dimostrare sul campo che tradizione e innovazione, radicamento territoriale e competizione globale, sviluppo, ambiente, diritti, coesione sociale sono in grado di procedere insieme e che è bene che lo facciano: una lobby della qualità per costruire il futuro del Paese.
Ma perché una fondazione per le qualità? Perché secondo i promotori la qualità è iscritta nel patrimonio genetico dell’Italia e l'Italia potrà avere posto e ruolo autorevoli solo valorizzando quel patrimonio e facendone un trampolino verso il futuro: in un momento che vede l’Italia stretta fra difficoltà oggettive e paura del declino, la sfida della qualità rappresenta la carta vincente, la promessa di uno sviluppo nuovo e più desiderabile per l'Italia.
E Symbola, fondazione per le qualità italiane, vuole farsene portavoce. Il primo obiettivo della fondazione è la costruzione di una rete di rapporti culturali, scientifici, istituzionali ed economici, per dare vita ad una vera e propria lobby delle qualità italiane: un luogo d’incontro di tutte quelle esperienze che hanno avuto successo perché hanno puntato sulla ricerca, l’innovazione e il patrimonio storico-culturale, sui legami col territorio, su paesaggio e capitale umano e che hanno sposato le nuove tecnologie alla forza delle comunità, alla creatività, la bellezza e la coesione sociale.
Un luogo di scambio, dove far conoscere e diffondere buone pratiche, coltivare la cultura della qualità e imporla nelle scelte politiche, economiche e istituzionali... grazie ai contributi che verranno dal Forum della Fondazione, grazie all’attività di un autorevole comitato scientifico, attraverso dossier, ricerche, sondaggi, incontri pubblici, seminari, corsi e master, Symbola si proporrà come un osservatorio attento del territorio e dei suoi fermenti, un talent scout per le tante storie di successo nate dalla qualità che aspettano solo di essere messe in luce per poter contribuire a ridare al Paese la fiducia nelle proprie capacità e nel futuro... e sono in molti a darne garanzia:

Diego Della Valle (presidente Tod's), Anna Maria Artoni (presidente giovani imprenditori di Confindustria), Carlo De Benedetti (presidente gruppo Cir), Secondo Amalfitano (sindaco di Ravello e rappresentante piccoli comuni ANCI), Franco Bonanini (presidente parco nazionale Cinque Terre), Amilcare Troiano (presidente parco nazionale Vesuvio), Walter Mazzitti (presidente parco nazionale Gran Sasso Monti della Laga), Emma Marcegaglia (amministratore delegato della ononima società), Andrea Illy (amministratore delegato Illy caffè) Josè Rallo (Donnafugata), Aldo Bonomi (direttore consorzio Aaster), Massimo Rossi (presidente provincia di Ascoli Piceno), Matteo Renzi (presidente provincia di Firenze), Matteo Fusilli (presidente Federparchi), Enrico Borghi (presidente Uncem-Unione Nazionale Comuni Comunità Enti Montani), Fabio Melilli (presidente unione province italiane), Alberto Meomartini (presidente Italgas), Franco Pasquali (segretario generale Coldiretti), Luciano Sita (presidente Granarolo Felsinea), Manuela Rafaiani (responsabile relazioni esterne Consorzio Costa Smeralda), Lucio Marcotullio (amministratore delegato Brioni Roman Style), Pasquale Pistorio (presidente onorario STMicroelettronics), Salvatore Settis (direttore Scuola Normale Superiore di Pisa), Guido Bertolaso (capo dipartimento della protezione civile), Carlo Petrini (presidente Slow Food), ecc...

[fonte: asvi.it]

  • Università: seminario sui vitigni autoctoni

Ricerca e didattica restano, ma in forte calo, le materie prime delle università di oggi tanto per la crisi dei cervelli e altrettanto per l'incapacità di offrire programmi adeguati ad una maggior richiesta di qualità secondo le esigenze dei mercati politico-economici-agrari che richiedono un notevole impiego di materiali molto più moderni, convenienti e talora pure troppo costosi.

L'estensione ed il rifinanziamento di vecchi programmi di ricerca, favoriti da limitate applicazioni di ricerca avanzata se da una parte riducono l'impegno delle forze accademiche in campo dall'altra parte consentono forti innovazioni secondo mode e canoni tradizionali consumistici con la destinazione di una parte del budget all’arredo di aule, laboratori, biblioteche, sedi e distaccamenti. Un rinnovamento che tocca pure la folta schiera di professori ormai ottuagenari e gli studenti (sempre più vecchi) ma al passo coi tempi almeno per il "look" e ancora più moderne sono le divise degli impiegati da farli sembrare molto più giovanili rispetto agli anni precedenti.

Per mascherare un reale stato di inerzia, a prova che il sistema, oltre che funzionare, procede a passi da gigante, un infinità di aule vengono adibite a sede di un numero infinito di seminari, incontri, convegni ecc. su argomenti di ricerca sempre validi ed economici, specialmente nei momenti di crisi.

Fra coloro che tirano di più la corda spiccano gli accademici di viticoltura ed enologia, soprattutto quando ripropongono la vite dalle origini fino a questo o quel periodo, rievocando situazioni ed imprese molto lontane nel tempo o recenti senza avere speso un centesimo, poiché si tratta di avvenimenti che, sia per i finanziamenti che per forze schierate in campo, non li hanno visti di certo come protagonisti.

Fra di loro addirittura c'è chi trova interessante, opportuno e doveroso riproporre integralmente le note storiche di una certa relazione, perché ne venga ricordato l'autore e la ditta di appartenenza che fattivamente si sono impegnati per il progresso del settore vitivinicolo di quelle zone.

Altri insigni accademici affrontano ulteriori problemi posti dal progresso ribattezzando la propria relazione come "presente studio che rappresenta una tappa per valutare la situazione", interpretando la tradizione di un territorio in senso moderno, migliorativo, perché è questo lo scopo del loro "continuo" lavoro di ricerca e sperimentazione.

Gli interventi continuano in crescendo come in uno spettacolo pirotecnico e via via che ci si avvicina alla conclusione del convegno non c'è alcun dubbio che il vino Retico, prediletto da Augusto, era un antenato del Valtellina, dei vini trentini, del Valpolicella e che i Rezi popolavano la frontiera tra Corno e Verona.

Agli studenti, che per fare incetta di crediti sono interessati a seguire il maggior numero possibile di seminari, il nuovo ordinamento consente, oltre che di annoiarsi, di usare a proprio piacimento un certo numero di sbadigli.

I più svegli "chiudono gli occhi come per vedere".

NO COMMENT
Mediobanca: il vino «piccolo» è ancora bello


Sono aziende piccole, familiari o cooperative.

Sono dinamiche e riescono a penetrare nei mercati stranieri sfidando i colossi stranieri.

Sono patrimonializzate e redditizie, sempre più inclini alla pubblicità e moderne nella distribuzione.

È l’identikit delle aziende vinicole italiane, una delle punte di diamante del Made in Italy.

L’ufficio studi di Mediobanca ne ha prese in esame 85 italiane (quelle di maggiori dimensioni, con un fatturato superiore ai 25 milioni di euro), più le nove maggiori straniere quotate: ne è emerso che il vino italiano è brillante e in crescita, un settore propenso agli investimenti e di antica solidità contadina.

Da notare che la più grande azienda vinicola italiana è la cooperativa Caviro, con 281 milioni di fatturato, quando l’americana Constellation fattura 3,9 miliardi.

Le 85 maggiori imprese del nostro Paese rappresentano il 36% della produzione nazionale 2005, pari a 9,7 miliardi, e il 53% delle esportazioni, pari a 3 miliardi; nel 2006 sono riuscire ad agganciare il sempre maggior favore riscosso dal vino a scapito di altre bevande alcoliche, prime fra tutte la birra, nei Paesi anglosassoni o nei Paesi emergenti come la Cina.

Le aziende del campione hanno registrato nel 2006 una crescita dei ricavi del 5,1% a oltre 3,6 miliardi (contro un 2005 sostanzialmente stabile, più 0,3%,) grazie al balzo del 7% del valore delle esportazioni mentre il mercato nazionale è salito del 3,3%.

La quota di esportazioni nel 2006 è salita al 45,5% (44,6 nel 2005).

Nel 2005 gli utili netti (più 26%) hanno rappresentato il 3,7% del fatturato, il valore più alto dell’ultimo quinquennio e che va considerato per difetto vista la struttura proprietaria delle aziende italiane (cooperativa e familiare) tradizionalmente poco propensa a massimizzare gli utili a differenza delle grandi società quotate straniere.

Il settore riesce a migliorare le proprie posizioni aumentando le etichette prodotte (più 31% negli anni fra il 1996 e il 2007) e i vini «importanti», e aumentando la pubblicità (più 12% la spesa nel 2005).

Elevati gli investimenti tecnici (228 milioni) e solida la struttura patrimoniale, con un rapporto fra capitale netto e debiti finanziari al 91%.

Il maggior canale di vendita resta la grande distribuzione che assorbe il 44% delle vendite nazionali (e il 51% per le cooperative).

Alberghi, ristoranti o enoteche sono i luoghi privilegiati per i vini più costosi (71% del totale).

Per quanto riguarda i colossi esteri quotati (che formano l’indice mondiale Mediobanca) nel 2006 si è registrato un consolidamento con l’acquisto della canadese Vincor da parte della statunitense Costellation.

L’andamento dei corsi azionari fra il 2001 e il 2007 ha visto una crescita del 91% che nel solo 2006 è stata pari al 21,5% a fronte di un aumento delle Borse del 16 %.


fonte: VINO IN RETE (da: il Giornale 28/03/2007)

Be' mi' posti!


C'era una volta, all'inizio del 3° millennio, un fast food che pagava l'IVA, come tutti gli altri fast food della zona che insieme ai circoli ACLI o ARCI, pizzerie, pubs e ristoranti da due cicche costituivano ormai lo zoccolo duro della gastronomia tradizionale locale.

Per fortuna alcuni locali caratteristici del territorio non solo avevano resistito alla tentazione di trasformarsi in qualche cos'altro, ma col passare degli anni erano riusciti ad incrementare guadagni e popolarità, pur riempiendo solo due o tre tavoli e non il locale come ai vecchi tempi, per un fenomeno che dagli anni '80 ha caratterizzato la ristorazione che in qualche modo ha avuto a che fare con esponenti di Slow Food.

La valorizzazione di questi locali tipici di un tempo ha permesso non solo di mantenerne intatta la fama, bensì di aumentarla al punto che mentre la loro popolarità si spinge al di la delle frontiere non è raro incontrare facinorosi gruppi di turisti giapponesi che scendono dai pulman per fotografare questi luoghi dove per mangiare ci vuole un patrimonio perchè il cibo è sublime.

Nel secolo scorso la stessa cosa è successa per un vino che si chiama Sassicaia, a detta di tutti il miglior vino del mondo anche se nessuno l'aveva bevuto ed era addirittura impossibile trovare una bottiglia vuota per poterla fotografare.

Ma rispetto a qualche anno fa, dalle nostri parti, i più forti cambiamenti hanno coinvolto  la campagna con nuovi assetti certamente meno primitivi...

al punto che ormai anche i lupi stanno pensando di abbandonare posti dove un tempo, con un po' di fortuna, era possibile trovare una pantera e in un lago della maremma addirittura un coccodrillo.

L'evoluzione della specie fra la popolazione è stata più prodiga e oggi si contano molti laureati in più.

Molti di questi si annoverano fra gli iscritti della popolazione agricola attiva protagonista di un riassetto senza precedenti che ha rivalutato coltivi, macchie e soprattutto zone depresse.

E la viticoltura ha fatto passi da gigante con un opera intelligente che adattandosi ha saputo industrializzarsi seppur senza simbiosi tra arature del suolo e vinificazioni.

Nei centri la vita scorre tranquilla a parte il gran darsi da fare di valenti, capaci e competenti sindaci, amministratori e associazioni per far sapere in giro di quanto tengano a cuore manifestazioni, feste, tradizioni popolari, prodotti di nicchia...

ed i frutti si vedono non solo la domenica della sagra ma pure nelle due o tre domeniche successive, perché le sagre che un tempo si celebravano un determinato giorno ora vengono fatte a puntate, come il carnevale di Viareggio.

Di questi tempi le strade venivano infiorate in occasione delle processioni e pure i fuochi di S.Giovanni facevano parte del folklore...

comunque non è che ci muoio dietro e se ora non ci sono più ci saranno delle ragioni.


[fonte: ORGANICOinfo 2007]

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